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[Something More...] Frustrazione nello sport? allenamento per la vita!


La frustrazione è definita come uno stato emotivo derivante dalla mancata realizzazione di un desiderio o di un bisogno; ci accompagna da sempre, sin dal primo vagito alla nascita e generalmente si esprime attraverso le emozioni primarie di rabbia e tristezza. Nell’ambiente sportivo agonistico la frustrazione è frequente: quando non si riesce a ottenere il risultato prefissato, in caso di sconfitta, di infortuni o di mancanza di forma fisica, quando non si è convocati o si sta in panchina, sia in partita che in allenamento ci misuriamo costantemente, a varie intensità, con la frustrazione.


Per quanto non abbia molto di piacevole, la frustrazione ha tuttavia non evidenti ma indubitabili virtù che, se ben amministrate, ci aiuteranno per tutta la vita a sviluppare quella che la psicologia chiama resilienza: la capacità di risollevarsi dopo una caduta utilizzando le proprie risorse personali al fine di trovare soluzioni o adattamenti più funzionali all’ambiente. Ma come funziona? Abbiamo appena perso una partita importante, la delusione delle nostre aspettative (più elevata è l’aspettativa, maggiore sarà la delusione) ci fa sentire frustrati e di conseguenza innescherà una reazione che potrà essere di vario genere: spacco tutto quello che trovo nello spogliatoio, do la colpa a qualcuno a seconda della mia indole (all’arbitro, all’allenatore, ai compagni di squadra, a me stesso, alla società sportiva, alla congiuntura astrale, al tifo avversario), mi avvilisco e smetto di giocare, mi intestardisco e mi butto a capofitto in allenamenti improbabili fino allo sfinimento. Ognuno avrà la fantasia di allungare la lista a suo piacere, ma al di là delle diverse e creative espressioni emotive e comportamentali che rappresentano il primissimo passo dopo una frustrazione, il punto cruciale si realizza nel passo successivo al primo: cosa faccio ora con questa rabbia, tristezza, delusione? Se il livello di stress non è eccessivo e riusciamo a tenere aperta la nostra “cassetta degli arnesi interna”, ovvero ad attivare e renderci disponibili tutte le nostre capacità e risorse personali come pazienza, creatività, azione, determinazione, decisione, e così via, allora quella particolare condizione avversa diverrà l’occasione di esercitare la propria capacità di problem solving (soluzione di problemi) più che risultare un disastro. Se il cadere diventa opportunità di ricerca e realizzazione di soluzioni, allora rialzarsi acquisterà un significato incredibilmente potente capace di costruire autostima e valore di sé. Di certo le cose non sono così semplici e ognuno ha personalità e caratteristiche che possono facilitare o ostacolare la nostra capacità di resilienza: il valore che si attribuisce a ciò che abbiamo perduto, le prime reazioni emotive che possono essere variamente lunghe o intense, tendenza ad attribuire la responsabilità degli eventi a cause interne o esterne e inoltre ogni persona ha una diversa cassetta degli attrezzi a disposizione dentro di sé che configura ritratti peculiari e unici nel loro insieme. Ma se riusciamo a portare a termine il primo passo emotivo, allora, il secondo passo resiliente non potrà che aiutarci ad aggiungere arnesi alla nostra preziosissima cassetta, pronti per il prossimo utilizzo!

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